

43. Il totalitarismo tra accettazione passiva e adesione convinta.

Da: A. Aquarone, L'organizzazione dello stato totalitario,
Einaudi, Torino, 1978.

La natura del rapporto instauratosi tra regime fascista e
popolazione italiana  una delle questioni storiografiche pi
dibattute. Gli storici si sono chiesti in particolare di quale
portata fosse l'adesione,  presso quali classi sociali fosse pi
ampia e convinta e perch, e quali fattori determinarono il calo
del consenso. Nel presente passo lo storico italiano Alberto
Aquarone, sostiene che il regime non riusc ad esprimere una
classe politica ben integrata ed omogenea perch gli manc sempre
una base sociologicamente coerente. Passando poi ad analizzare
l'atteggiamento delle varie classi sociali nei confronti del
fascismo, afferma che il consenso del grande capitale industriale
ed agrario fu essenzialmente strumentale, mentre la piccola e
media borghesia passarono dalla adesione convinta ad una forma di
accettazione per inerzia. Con il tempo crebbe il malcontento, ma
la vera e proprio frattura si ebbe solo con la guerra ed il suo
tragico fallimento.


A poco pi di un lustro dalla marcia su Roma, una osservatrice
straniera di notevole acume aveva osservato che la maggior parte
dei fascisti erano sostanzialmente rimasti socialisti, se avevano
avuto un passato socialista; cattolici, se avevano appartenuto al
partito popolare; liberali, se tale era la loro provenienza
originaria. E sebbene l'etichetta fascista coprisse naturalmente
ogni cosa, tutte queste varie tendenze contraddittorie operavano
al di sotto della superficie e ciascun gruppo politico criticava
il regime, nei limiti in cui questo non seguiva una politica
conforme al suo programma originario. Ci era senza dubbio vero
principalmente per tutti coloro che, dopo il 1922, si erano
accostati con riluttanza o avevano comunque aderito con diversa
misura di convinzione e di entusiasmo al fascismo, una volta che
questo aveva conquistato il potere ed aveva dimostrato di essere
in grado di conservarlo. Ma un'analoga deficienza di omogeneit
ideologica, analoghi contrasti sulle finalit concrete del
fascismo caratterizzavano pure, come sempre avevano
caratterizzato, il nucleo dirigente dei fascisti antemarcia che
controllava i posti chiave del regime, e ci non poteva che
aggravare, ovviamente, la confusione esistente al suo interno. In
questa situazione, non c' da meravigliarsi se uno dei maggiori
elementi di debolezza del fascismo fu la mancanza di una sua
classe politica bene integrata che gli servisse da solido perno e
fosse in grado di mediare, in una chiara e consapevole visione dei
propri fini e dei propri mezzi, le istanze contrastanti dei vari
gruppi economici e sociali e riplasmarle in maniera univoca
secondo appunto quella visione. Tale classe politica il fascismo
non ebbe mai, perch tra l'altro gli manc sempre una base
sociologicamente coerente, una classe, un ceto, un gruppo che
s'identificasse con esso totalmente. Come ha osservato Stefano
Jacini [uomo politico vissuto dal 1886 al 1952, esponente del
partito popolare e, nel 1942, uno dei fondatori della democrazia
cristiana]: Il regime non disponeva di alcun gruppo compatto, i
cui interessi materiali e morali coincidessero in pieno coi
propri, o comunque fossero tali da legarlo indissolubilmente al
suo carro; dominava s, in teoria, la nazione intera, e in realt
disponeva qua e l di gruppetti devoti, e pi spesso di persone
influenti; gli uni e le altre per non rappresentavano d'ordinario
il meglio, anzi talvolta rappresentavano il peggio dei rispettivi
gruppi di provenienza.
Il grande capitale, industriale, finanziario o agrario che fosse,
aveva sempre avuto una concezione essenzialmente strumentale del
fascismo, una concezione quindi che gi di per s escludeva che i
suoi rappresentanti, nel loro complesso, si identificassero
pienamente con il regime e fossero disposti a dargli il loro
appoggio in ogni circostanza, indiscriminatamente. Una tale
identificazione c'era stata, in misura senza dubbio maggiore, da
parte di larghi settori della piccola e media borghesia, pi
sensibili alle suggestioni violentemente nazionalistiche del
fascismo, e che in quest'ultimo avevano inoltre potuto vedere una
forza politica e un'ideologia che avevano rintuzzato le velleit
di ascesa dei ceti proletari ed avevano pure saputo imbrigliare -
che poi questa convinzione fosse assai poco aderente alla realt
poco conta a questo proposito - le smodate ambizioni e le
egoistiche brame dei grandi detentori di capitale. Tuttavia, alla
lunga non poteva non far sentire il suo peso il fatto che, a conti
fatti, i vantaggi materiali che il regime assicurava alla
maggioranza degli appartenenti alla piccola e media borghesia
restavano poca cosa, mentre le tendenze marziali della politica
fascista non erano fatte per piacere molto a questi ultimi quando,
da semplice esercizio oratorio, tendessero a concretarsi in
richiesta di autentici sacrifici. A un certo punto, in molti
l'adesione convinta al fascismo si trasform cos in accettazione
atona, dovuta principalmente a semplice forza d'inerzia;
un'accettazione che non resistette alle prove imposte dalla prima
grave crisi. Quanto alla politica sociale con cui il regime tent
di conquistarsi le masse popolari, gi se ne sono notati i limiti
sia d'impostazione programmatica, che di concreta attuazione.
Certamente, essa riusc pure, non di rado, a far breccia, sia
grazie alla suggestione psicologica che la propaganda fascista
riusciva ad esercitare in vari campi - il nazionalismo esasperato,
per esempio, non mancava di trovare spesso sensibili anche operai
e contadini - sia perch il bilancio non era sempre
necessariamente negativo sul piano dei benefici materiali ed il
regime non si presentava al proletariato esclusivamente con le
decurtazioni di salario, del resto in parte almeno dovute alla
crisi economica mondiale. [...].
Potrebbe essere tentante, a questo punto, indulgere alla
suggestione di chiedersi se anche senza la guerra, con il suo
esito disastroso, le numerose contraddizioni interne e deficienze
ideologiche e strutturali del fascismo non sarebbero state di per
s sufficienti, a pi o meno breve scadenza, a provocarne comunque
la caduta. Se, insomma, il crollo del regime non sarebbe stato ad
ogni modo inevitabile, perch riconducibile a cause intrinseche
ben pi profonde e corrodenti della sconfitta militare. Ora, a
parte il fatto che  il concetto stesso di inevitabilit che  da
respingersi in sede storiografica, sembra difficile ammettere che
le deficienze e le contraddizioni interne che il regime
indubbiamente presentava all'inizio della seconda guerra mondiale
fossero di tali dimensioni, da far pensare che con molte
probabilit sarebbero state sufficienti di per se stesse a
causarne in un futuro abbastanza vicino la dissoluzione. Se
numerosi erano i sintomi di malcontento che si potevano scorgere
in seno a vari settori dell'opinione pubblica italiana,  anche
vero che la grande massa della popolazione, pur quando non aderiva
entusiasticamente al fascismo, non si manifestava certo disposta a
considerare il regime come un nemico mortale da abbattere ad ogni
costo, e tanto meno a correre dei rischi seri pur di raggiungere
quest'ultimo obiettivo. Anche molti di coloro che, in seno alle
varie classi sociali, erano recisamente ostili a singoli aspetti
della politica fascista, non per questo erano necessariamente
altrettanto avversi alla dittatura mussoliniana, come soluzione
del problema del governo e del potere in Italia. Vi era
dell'esagerazione, ma anche un fondo di verit forse maggiore di
quanto oggi potrebbe far piacere di pensare, nelle parole che
Mussolini, giunto quasi al termine della sua carriera e della sua
vita stessa, rivolse in una notte di marzo del 1945 al giornalista
Ivanoe Fossani: A rigore di termini non sono stato neppure un
dittatore, perch il mio potere di comando coincideva
perfettamente con la volont di ubbidienza del popolo italiano.
In un certo senso, il fatto stesso che il regime non fosse mai
riuscito ad assumere un carattere rigorosamente totalitario, e che
perci agli individui continuasse ad essere consentito un certo
margine di autonomia nella sfera privata, ag come valvola di
sicurezza a favore del fascismo, in quanto imped che si
formassero punti di tensione troppo acuta e forse irresistibile.
D'altra parte, l'apparato poliziesco della dittatura era
abbastanza efficiente e duro per aver ragione degli sforzi di
liberazione, pagati spesso a caro prezzo, dell'antifascismo
militante, fin tanto che questo non potesse contare su
un'effettiva, profonda frattura tra il regime fascista e la
maggioranza del popolo italiano. Una tale frattura, in grado di
agire come positiva forza storica, a direzione unica e
irreversibile, si ebbe solo con la guerra ed il suo tragico
fallimento. Al di l di questa constatazione, si entra nel campo
delle supposizioni arbitrarie, rischiando di confondere forme
anche vivaci di malcontento generico o specifico, con una ben
precisa e vigorosa volont di lotta e di ribellione, e le indubbie
deficienze interne del regime totalitario fascista, con le cagioni
profonde di un processo di disgregazione di non dimostrabile
inevitabilit.
